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Quando durante il corso di Scienze della comunicazione sostenni l’esame di giornalismo online non si faceva che parlare dell’imminente apocalisse della carta stampata. Al suono di “Internet killed the press stars” i primi blog – indimenticabile Salam Pax - e le testate online dov’era possibile trovare notizie fresche, aggiornate in tempo reale, completamente gratis cantavano il lugubre peana del giornalismo tradizionale. E così sui testi che ho portato all’esame era tutto un fiorire di teorie pro o contro la morte del giornale tradizionalmente inteso. All’epoca però gli scettici erano tantissimi. Alla fine citavamo l’esempio della radio per dimostrare come nonostante l’avvento della tv, tutti, specialmente i giovani, ascoltassimo tanta radio ogni giorno. E così con quotidiani e riviste. Perché le cose sarebbero dovute andare altrimenti?
Di recente sul futuro dei giornali e del loro modello di business si discute sempre più spesso, in Italia come all’estero. L’emorragia di lettori e di copie vendute in edicola, la contrazione della raccolta pubblicitaria, l’imbattibile concorrenza del mezzo online hanno infatti indotto al ripensamento di un intero sistema che è diventato pericolosamente non sostenibile. Soprattutto perché di quel giornalismo di valore per la società, ovvero il giornalismo di inchiesta, libero, forte, indipendente, fatto per offrire alla comunità informazioni importanti per giudicare figure e temi pubblici, c’è sempre meno traccia. In Italia poi l’evidente collusione tra politica, interessi privati e proprietà editoriali complica ulteriormente le cose. Un’inchiesta vera rappresenta un investimento: di tempo, risorse, personale, energie. Un investimento che solo le imprese economicamente più forti riescono a permettersi. E oggi i giornali non godono certo di monopoli pubblicitari, in grado di generare i capitali necessari, visto che le stesse notizie, se non addirittura più precise, si trovano poi su internet, persino su siti e diari privi di spazi pubblicitari. Certo la carta stampata continuerà a raccogliere i proventi delle campagne adv, ma la redditività di un tempo non è più ipotizzabile.
Personalmente sono molto scettica verso quelle teorie che sostengono l’inadeguatezza del prodotto “giornale” in quanto raccoglitore incoerente di informazioni troppo diverse. Chissà, forse è un fatto di feeling personale e quindi molto soggettivo, ma a me l’idea di trovare cronaca nera, esteri, cultura, sport, scienza, parole crociate e previsioni del tempo in uno stesso strumento ha sempre fatto molto comodo. Non vedo perché un giornale debba essere monotematico e monocorde, come un piatto contenitore di news tutte dello stesso tipo e formato. No, grazie, io un giornale così non lo comprerei mai. La varietà è il suo bello.
E non sono neppure a favore del pagamento delle notizie online, come vorrebbe il magnate Rupert Murdoch, che guarda con occhietti a forma di dollaro all’opportunità di speculare ulteriormente sui media. Dove sta il valore pubblico di una cosa che anziché circolare pubblicamente e vivere nel passaparola fino a traboccare, scoppiare, propagarsi, raddoppiare, come in un’aria di rossiniana memoria, implica il pagamento di un pedaggio?
C’è anche chi, come l’editore Carlo De Benedetti, propone che siano i fornitori di connettività internet ad accollarsi il costo dei contenuti. Cosa che però ricadrebbe, 90 su 100, sugli utenti con una maggiorazione degli abbonamenti e in generale di tutti i servizi. E poi, come spingere questi gestori ad incentivare la produzione di contenuti di pubblica utilità, anziché di solo intrattenimento?
Penso ai miei tanti amici giornalisti. Alla preoccupazione con cui guardano al loro futuro. Alle collaborazioni sempre più difficoltose e sporadiche. Alle ferie forzate, ai direttori coi quali si intendono o tantissimo o per niente. A quel mondo col quale lavoro spesso fianco a fianco e che mi sembra sempre più privo di ossigeno. E se da un lato ci penso con un velo di tristezza, dall’altro l’ironia, la vitalità, la passione, il sorriso con cui ho visto lavorare quelle persone mi spingono a credere che il giornalismo, quello vero, non possa morire.
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